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Il Segreto del Torrione incipit

«Crescere e non applicare è come non sapere»

 


Questo libro è dedicato alla memoria di mio padre Augusto, che con il suo charme, l’arguzia e lo stile, ha conquistato una schiera di amici, parenti e conoscenti. Nato primogenito di una cameriera e di un muratore, ha lottato, combattuto e vissuto, con la tenacia e la determinazione che ci si aspetta da un Da Soller, permettendo a me e a mia sorella di poter vivere una vita serena e relativamente facile.  Grazie, per quello che hai fatto.

Il procuratore aggiunto


Un giro di chiave e la Ducati scoppiettò come ci si sarebbe aspettati da una bicilindrica. Il motore girò per qualche secondo, poi si spense. Massimo Pocuzzi sbuffò, si lisciò i capelli brizzolati, stirò il giubbetto di pelle che non avrebbe potuto mettere in procura per ovvi motivi, poi girò nuovamente la chiave. La Streetfighter faceva i capricci come il suo amore, Severine. Cocciuta come una bretone, gli aveva dato appuntamento davanti al cinema Adriano, invece che sotto casa.
Che ci vuoi fare? A me sono sempre piaciute le donne dal temperamento forte e indipendente. 
Uscì dal garage e si diresse verso il Lungotevere per fare un giro del quartiere. Prati la sera tornava a essere dei pochi che ci vivevano, e i lunghi viali erano meglio dei boulevard parigini. Qualche piega, come se fosse stato un professionista delle due ruote, e intravide l’opera dell’architetto Calderini. Il palazzo della Corte Costituzionale. Lo guardò,  poi storse la bocca. Qualche minuto e fu davanti al cinema, ma di lei nemmeno l’ombra. Parcheggiò e si sedette su una panchina. 
Cocciuta e in ritardo. 
A lui piaceva arrivare in anticipo, perché attendere una donna era ancora una forma di corteggiamento.
Si guardò intorno e la ristrutturazione di piazza Cavour, che era durata quasi quanto uno dei tanti scavi di Pompei, gli trasmise una bella sensazione. Le aiuole curate e la statua di Camillo Benso lo facevano stare bene. Vide alcuni ragazzi giocare innocentemente ed ebbe voglia di  un figlio. Ebbe voglia di vederlo crescere e cambiare davanti agli occhi. L’occasione però non si era ancora presentata. Lei  sarebbe stata la donna giusta con cui realizzare il suo desiderio? 
Severine lavorava come assistente dell’ambasciatore del Burundi e l’aveva conosciuta durante un congresso organizzato per definire l’orientamento giuridico dei paesi dell’Africa del Nord. Gli era piaciuta da subito, però ci era andato lo stesso con i piedi di piombo. Avevano quindi preso a vedersi la domenica pomeriggio per un cinema, occasione che aveva permesso a tutti e due di soddisfare una passione che li accomunava, senza costringerli a un’assiduità troppo stretta. Poi, dopo un po’, erano andati a cena fuori per la prima volta, e infine avevano iniziato a vedersi più frequentemente, senza decidere di convivere. 
Severine scese dall’autobus e lo vide che contemplava qualcosa davanti a sè, come un intellettuale in cerca di ispirazione. Lo guardò con attenzione e trasporto, riflettendo su quello strano mix romantico malinconico e cinico che l’aveva rapita. Si mise a posto il blazer e controllò la collana di perle. Poi lo guardò ancora prima di andargli incontro. Lo avrebbe sposato un uomo così? Mah. Forse. Magari gli avrebbe permesso di dormirle a fianco.
Massimo alzò gli occhi e vide i capelli a caschetto. Quella pazza lo stava osservando divertita. Si illuminò e le andò incontro. 
– Cosa farei senza di te?
– Ne troveresti un’altra!
– Forse. Ma non sarebbe la stessa cosa. Dai entriamo!
– Cosa hai scelto?
– Qualcosa che piacerà a tutti e due.
– Sei sicuro? – gli rispose lei baciandolo delicatamente. 
– Non saprei. Ti sei messa il profumo che preferisco.
– Acqua di Bulgari, ma non ti mettere in testa strane idee, belloccio.
–  E se ti dicessi che ti trovo irresistibile?
–  Storia vecchia. Puoi fare di meglio.
Lui rise mentre le apriva la porta del cinema. –  Potrei amarti tutta la vita.
–  Ma questo lo so da un pezzo. 
Massimo tirò fuori dalla tasca un cerchietto di metallo con cui si legano le chiavi e glielo mise al dito. –  Quello vero è a casa.
Lei sorrise impacciata mentre gli occhi si inumidivano. 
Si sedettero e dopo le pubblicità di routine, la voce di Marco Giallini riempì la sala con quella particolare tonalità che lo trasformava in un robusto coatto di strada. 

Quando le luci si accesero, il pubblico defluì silenziosamente. 
– Cena al ristorante da Dino e Toni?
– Perché no? – gli rispose lei alzando il bavero della giacca. – Fa freddo.
– Piaciuto il film?
– Bella la sceneggiatura anche se ci sono troppi sotterfugi. 
L’abbracciò, poi le accarezzò un fianco. – Hai ragione.
Lei si bloccò come gelata. Lo guardò con aria di sfida. – Cosa volevi dire con quella cosa che mi hai messo al dito?
Massimo la guardò con la coda dell’occhio. – Decidi tu.
– Uhmmm. Ci penserò. – proseguirono abbracciati cambiando discorso.
Appena entrati nel locale un piacevole odore li investì. Passarono la serata tra una gricia e un carciofo alla giudia poi, satolli, si lasciarono prendere dalla granita di caffè con panna che Dino faceva in modo spettacolare.
–  Pago e ci andiamo a fare due giri in moto.
Lei si fermò di fronte alla Streetfighter. – Chi lo avrebbe mai detto che il capo della procura di Roma, un importante magistrato, potesse scorrazzare in giro per la capitale come un ragazzino?  
Lui aggrottò la fronte mentre si metteva il casco. – La vita è piena di contraddizioni. Basta saperle miscelare con serietà. 
Severine salì in sella e lo abbracciò toccando con il pollice l’anellino di metallo che le aveva regalato.
Hai capito il procuratore? Vuole fare le cose sul serio. Interessante.

 

Militare


Marco Denni superò il salone e si fermò davanti a una foto appesa al muro che rappresentava una giornata uggiosa a capo Linaro. Non fece in tempo a  parlare che il cellulare gli squillò in tasca: era l’ultima conquista che aveva conosciuto la sera prima in un locale vicino a piazza del Popolo. Dopo aver detto tre volte sì e una volta no, chiuse la comunicazione. La giunonica bellona voleva essere accompagnata in volo come promesso. Si tolse i Ray Ban Aviator che gli davano quel tipico fascino alla James Dean e li mise nella scollatura della polo azzurra. Poi gli tornò in mente Antonella e la fine della loro storia. Rivide per un attimo quell’ultima volta. Quell’ultimo appuntamento d’addio.  
– La luce di questi scatti è perfetta. Lavori in sottoesposizione, eh? Che iso hai utilizzato? 
Patrizia fece spallucce. – Bah… credo duecento per la prima e cento per la seconda. Senti! I tuoi contatti militari?
– Cosa ti serve?
– Un giorno di questi te lo dico. 
– Mi hai detto che cercavi un muratore per mettere a posto un buco al muro che ti hanno fatto gli operai – disse Marco, spalancando la bocca fulminato. – Una Asselblad! – sentenziò osservandola in mezzo ad altre macchinette fotografiche che facevano bella mostra su una madia piemontese acquistata durante un’asta di beneficenza.  
– Vieni che ti faccio vedere – gli rispose lei, mentre da una porta uscì un’amazzone dalla pelle  miele brunito.
Marco la guardò strabuzzando gli occhi. – Questa chi è?
– Layla. La mia nuova ragazza.
– Ciao Layla. 
Lei proseguì ignorandoli e scomparve dietro un tramezzo. 
– Eh… la mia piccola fa le bizze stamane – disse Patrizia con tono amorevole, mentre si accarezzava la folta chioma castana che si sposava bene con la carnagione scura. 
Scesero in cantina e verificarono il danno. Lui osservò la parete pensieroso.
– Cartongesso – affermò sicuro.
– Cosa? – domandò Patrizia.
– Il muro. Semplice cartongesso. È stato realizzato dopo la costruzione del palazzo – Fece un passo in avanti e cercò di entrare, ma il buio era quasi totale. 
– Vado a prendere una torcia? –  Propose lei.
– No, lascia stare. Dammi le chiavi e vai dalla tua ragazza. Sicuramente ha bisogno di te –
Si sollevò per entrare e attese qualche secondo per abituarsi all’oscurità. Poi si guardò intorno.
Lo spazio tra le due pareti si allungava in quello che gli sembrò essere un tunnel. 
Allungò un piede e si puntellò con le mani tra le due pareti,  poi estrasse la 357 Magnum che ogni tanto si portava dietro e iniziò ad avanzare a piccoli passi, mettendo a frutto l’addestramento dei paracadutisti incursori. Andò avanti per qualche metro, poi si fermò. Il tunnel camminava nell’oscurità come se fosse stato un budello che percorreva le viscere della terra. Cosa poteva fare? Avrebbe dovuto continuare? 
Assolutamente no! Si disse energico. Doveva solo riparare un muro che due operai sbadati avevano rotto. Eppure c’era qualcosa che lo affascinava e che lo costringeva a rimanere là sotto. Fece qualche altro passo, poi decise di tornare indietro.
Stlank
Mentre si girava, il piede toccò qualcosa. Si accovacciò per tastare alla cieca ma non riuscì a identificare l’oggetto. Allora provò a guardare meglio, ma l’oscurità era quasi impenetrabile. Allungò nuovamente il braccio senza trovare quello che aveva urtato. 
Non posso perdere tempo con un sasso. 
Si rialzò e fece per arrampicarsi sul muro quando urtò nuovamente qualcosa. 
Naaa. Ho da fare. 
Proseguì senza dargli peso. Mise un piede sul muro cercando un appiglio nella parete che gli permettesse di sollevarsi per uscire, ma la punta dello stivaletto non fece presa e scivolò a terra. Stava invecchiando. Qualche anno prima un salto del genere lo avrebbe compiuto a piè pari senza battere ciglio. Rimase qualche secondo immobile, poi ci ripensò. Si accovacciò nuovamente e a tastoni cercò nuovamente, ma non trovò nulla. 
Va be’. Sarà per un’altra volta...
stava per sollevarsi e andare via ma toccò nuovamente qualcosa. Grugnì infastidito. Era la terza volta che lo colpiva, ma a quel punto gli sembrò di aver capito dove fosse andato a finire. Si abbassò di nuovo e, trovò un piccolo canale di scolo che passava di lato alla pavimentazione e sotto la parete. Infilò le dita dentro e gli ritornò una sensazione di freddo e umido. Una consistenza gelatinosa. Allungò le dita dentro un liquame fangoso, finché l’oggetto non gli fu tra le mani. Lo tirò su e lo guardò distrattamente, poi continuò a scrutare nel buio. Qualcosa non gli tornava. Si alzò e lo guardò nuovamente, cercando di capire cosa fosse. Possibile? Prese una caramella dalla tasca e scartandola in religioso silenzio, se la mise in bocca.
C’era qualcosa che lo aveva trattenuto lì fino a quel momento. Forse il suo sesto senso. Cosa ci stava a fare quella cosa in quel posto? Forse si stava sbagliando, forse apparteneva a un animale. Ma qualcuno l’aveva voluta lasciare lì dentro di proposito. E se fosse stata di un uomo? 
Marco scosse la testa sovrappensiero. Cosa avrebbe dovuto fare adesso? Chiamare la sua amica Fulvia e chiederle di fare un sopralluogo. E poi? Cosa avrebbero fatto dopo?
Tanto valeva tornare su. Si alzò sulle braccia e uscì. 
Passò a rassicurare l’amica sul fatto che avrebbe sistemato il muro al più presto, senza dire nulla in merito a quello che aveva trovato, poi chiamò Fulvia Nello, ufficiale dei Carabinieri e vice responsabile della sezione Balistica della Salvo D’Acquisto. 

***
Di fronte allo specchio contemplava le rughe della fronte, del mento e del contorno occhi. 
Poi si chiese dove fosse suo marito. Erano tre mesi che non lo vedeva e non lo sentiva da una settimana. Il loro ménage girava così da anni. Lei impegnata in tutte le indagini in cui si imbatteva, lui in giro per il mondo per conto di una multinazionale. Sentì Matteo e Daniele i suoi due figli, di
scutere per una camicia. 
Bella la gioventù libera da impegni e in attesa di percorrere la vita. Bella la voglia di mordere il tempo, mentre noi adulti spingiamo il freno. Bella l’incoscienza di non aspettarsi niente dall’oggi, fregandosene del domani. Eppure dietro a un bravo figlio istruito diligentemente, si potrebbe nascondere un assassino, un politico poco illuminato o peggio, un terrorista. Ogni giovane sceglie la strada che preferisce, travalicando gli insegnamenti dei genitori. Si guardò allo specchio mentre sospirava inquieta. 
Sono una brava madre? Non lo so. Di certo sono una che non molla mai. Con i figli e nel lavoro.
Perse qualche altro minuto davanti allo specchio, ma si rese conto che era in ritardo con la gita. Doveva portare i suoi figli a vedere l’abbazia di Montecassino. Si tolse l’accappatoio nello stesso momento in cui squillò il telefono. Riconobbe il numero che  era quello di Marco Denni, ma non gli rispose. Lo avrebbe richiamato il giorno dopo.
Afferrò una punta di preparazione H e la mise attorno agli occhi, sapendo che sarebbe stata un’ottimo riattivatore circolatorio, mentre, da buona appassionata di matematica, ripassava a memoria le basi di un’integrale Gaussiana.
Il telefono però continuava a vibrare e a sbuffare come una vecchia caffettiera. Fece finta di nulla e continuò per il suo percorso di pensiero. 
Dietro a un’educazione da chierichetto si può nascondere un assassino seriale o un terrorista convinto di perseguire con ogni mezzo, l’deologia che gli era stata inculcata. 
Si guardò nuovamente allo specchio, poi si pettinò. Prese una collana di finti smeraldi – che notò fare un ottimo pendant con i suoi luminosi occhi verdi – e la chiuse attorno al collo, mentre entrava suo figlio Matteo.  
– Ciao mammina, sei bella e slanciata come una Fiamminga del nord Europa. Non sembri nemmeno nata a Roma! 
Arrivò un messaggio e il telefono zompettò rumoreggiando sul lavandino per l’ennesima volta. Diede un’occhiata, sapendo che non si sarebbe fatta coinvolgere. Era ancora Marco.
Ti chiamo domani, lasciami stare, oggi sono con la testa altrove. 
Ma non riuscì a non far scorrere il pollice sullo schermo. 
“Ciao Fulvia, dobbiamo vederci subito. Ho scoperto qualcosa e mi serve il tuo aiuto. È di vitale importanza. Chiamami appena puoi. Marco.”
Lei osservò l’apparecchio, poi scosse la testa e lo mise giù. Buttò un occhio allo specchio e uscì dal bagno, poi tornò indietro per guardare nuovamente il messaggio. Compose il numero ma attaccò. 
– Naaa.
Quel giorno era solo per i suoi figli. Non aveva voglia di farsi coinvolgere in nulla. 
Entrò in camera da letto e aprì l’armadio. Prese uno dei tanti pantaloni che usava per combattere in palestra. Amava la matematica, e la kick boxing, che praticava da diversi anni. Si guardò intorno per vedere se trovava una felpa e l’occhio le cadde nuovamente sul cellulare. Che fare? Chiamò i ragazzi e prese le chiavi della macchina.
Lo chiamo domani. Tanto cosa avrà trovato?
Uscì dal garage, prese la prima traversa a destra e si diresse sul raccordo. Al primo semaforo rosso, non ce la fece più. Prese il cellulare e lo chiamò.
– Marco – partì in quarta. – Che succede?
– Eccoti finalmente. Ti devo assolutamente parlare! 
Fulvia ingranò la prima. – Parla, ti ascolto.
Lui fece una leggera pausa e respirò, prima di rispondere. – Ci dobbiamo vedere. 
– È così importante? – rispose lei mentre imboccava via Flaminia nuova in direzione GRA.
– Lo vedrai da te.
– Ma dimmi almeno di che si tratta…
Marco sospirò. – Ti devo far vedere una cosa. Una cosa incredibile. 


Il Sopralluogo


Il capitano Fulvia Nello aveva appena iniziato a sfogliare le pagine del faldone relativo al caso Morelli, quando il telefono squillò. Era Marco Denni. In quel momento si ricordò della telefonata del giorno prima.
– Buongiorno Fulvia. Sei pronta? 
Lei appoggiò l’incartamento sulla scrivania. – Veramente sarei incasinata come sempre, però qualche minuto te lo posso dedicare.
– Okay, ci vediamo a piazza Santa Maria in Trastevere alle  dodici – Le ripose allacciandosi il giubbetto blu che gli stava a pennello.

Arrivò per ultimo lui che, provenendo da Ponte Sisto, aveva attraversato piazza Trilussa per entrare poi in via Benedetta, dove una volta c’era il negozio dei suoi amici Botteri. Era passato di lato a piazza della Malva, per proseguire poi in via della Scala, dove la birreria di Paolo si era tramutata in un bel ristorante e il tabloid all’entrata parlava di pappardelle al sugo di lepre, tonnarelli cacio e pepe, saltimbocca alla romana, trippa e coda alla vaccinara,  che lo fece sospirare perchè spesso costretto a diete forzate. Allungò il passo e poco dopo fu su vicolo del Cinque, che insieme a vicolo del Bologna sono il cuore della vecchia Trastevere; era tanto che l’ingegnere non passava più per quelle strade. Il tempo aveva fatto il suo corso: nuovi bistrot, wine bar, birrerie, ristoranti e pizzerie riempivano ogni angolo accessibile su strada. Marco Denni notò con disappunto che era cambiato quasi tutto: il rione era alla mercé del mondo e i trasteverini erano ormai scomparsi dagli anni Ottanta. Si guardò intorno e vide tre ragazzi del Bangladesh che stavano togliendo da terra i residui di una folle notte di alcool, trasmettendogli la netta sensazione  che i tempi passavano, ma i vizi non erano cambiati. 
Puntò deciso verso piazza San Egidio, per poi sbucare sulla piazza dove trovò Fulvia, seduta al tavolino di un bar. Era sempre stato attratto dal suo fascino e da quella intelligenza tecnica che sapeva gestire alla grande. La guardò ancora per un attimo. La divisa le stava a pennello. Peccato che non gli avesse mai permesso di corteggiarla.
– Allora, cos’è successo di così importante da costringermi a una passeggiata fino a qui? – gli chiese mentre sorseggiava il caffè. – Sei anche in ritardo…
– Scusami. Ma ne valeva la pena – le rispose lui. Si sfilò lo zaino dalle spalle, lo poggiò sulla sedia e aprì la zip, tirando fuori il femore.
 Lei guardò l’osso senza dargli importanza. – E allora? Sono venuta fino a qui per una lezione di anatomia?
– Certo che no. – Le rispose togliendosi gli occhiali da sole pettinandosi i capelli con le mani. – Ho bisogno del tuo aiuto perché sei un pubblico ufficiale e non posso introdurmi nel posto dove andremo senza un’autorizzazione. 
– Quale posto? – domandò lei, aggrottando la fronte e spostando il cappello d’ordinanza sul tavolino. – Ma soprattutto, io non ho nessuna autorizzazione e non autorizzo te a fare nulla.
Marco prese il femore e lo mise nuovamente nello zainetto, accavallò le gambe e buttò giù tutto d’un sorso il caffè senza zucchero che aveva ordinato, quindi la guardò negli occhi. – Va be’. Se sapevo che mi avresti risposto in questo modo, non ti avrei chiamata allora.
Fulvia riflettè un attimo dubbiosa. – E avresti fatto male. Perché saresti entrato in un luogo privato. Insomma, questo femore?
– Ah, ma allora la cosa ti interessa. Mi era parso di no.
Lei infilò la mano nello zaino e prese l’osso. – Semplice curiosità. 
– Non lo so se è privato. La mia sensazione è che il cunicolo cammini per diversi metri. 
Tra gli occhi di Fulvia saettò un lampo, che a lui non passò inosservato. – Quindi? Vorresti che venga con te? Stai scherzando, spero.
– Se non ti va, continuo da solo. 
– Non ti posso permettere di scendere in quella specie di...
– Cunicolo.
– Cunicolo, senza la presenza di un pubblico ufficiale.
Marco sorrise, chiamò il cameriere, pagò velocemente poi si alzò senza aspettare il resto.
– Andiamo? Vorrei entrare nella basilica per vedere se ho ragione – le disse avviandosi verso il sagrato.
– Ragione di cosa?
– Poi te lo dico. Magari però mi sbaglio. Lo sai che questa chiesa sembra che sia stata costruita nel punto in cui ci fu un’eruzione vulcanica?
Fulvia si girò con un’espressione che non si poteva fraintendere: alzò un sopracciglio in quel modo altero che la caratterizzava e gli splendidi occhi verdi divennero di ghiaccio. – Mi sembra una mezza cavolata. Da quando in qua a Roma ci sono state le eruzioni vulcaniche? Sei sicuro di quello che dici?
– No. Perché ho letto la notizia su Internet, dove dicevano anche che forse era la fuoriuscita di olio bollente, però, chissà… entriamo. Poi dopo dobbiamo citofonare a una mia amica che abita in quel portone lì. Lo vedi?
– Sì che lo vedo. E questa tua amica cosa c’entra? – ribatté lei passando di fianco alla scalinata della fontana, gremita di turisti sdraiati sugli scalini, che quotidianamente vi bivaccano stremati dalle passeggiate, ma anche felici di godersi il profumo delle cucine delle trattorie trasteverine.
– Il cunicolo si trova nella sua cantina, o per essere più precisi, era dietro un tramezzo che qualche operaio le ha rotto – le rispose Marco aggiustandosi il colletto della camicia, mentre si avvicinava al colonnato.
Fulvia che lo anticipava di mezzo passo, lo guardò – Ah, quindi sarebbe uno spazio condominiale.
– Forse.
– Non forse. È uno spazio condominiale. Che tu immagini possa arrivare vicino alla basilica? O mi sbaglio? – sentenziò lei mentre lo sguardo le si faceva attento.
– Non sbagli. 
Superato il portone d’entrata, si ritrovarono a ridosso delle prime colonne. Fulvia si fece il segno della croce, poi senza voltarsi, gli chiese: – Cosa siamo venuti a fare qua dentro?
– Non lo so – rispose Marco, spaesato. – Vorrei trovare qualche cosa che mi faccia capire se c’è un collegamento tra il cunicolo e la chiesa.
– Stai scherzando? In una chiesa speri di trovare messaggi comprensibili a un profano? Sarebbe come chiedere a un poppante di approssimare una funzione con un polinomio di grado K – esclamò lei ridacchiando.
Marco sbarrò gli occhi, poi deglutì come se avesse ingerito sterco di piccione. – Un poli... che?
– La formula di Mc Laurin. Lascia stare...
Marco si guardò in giro. La luce che arrivava dalle finestre trafiggeva l’aria facendo riflettere le particelle di polvere che aleggiavano nella navata centrale. Un paio di donne erano sedute sulle panche, altre invece erano inginocchiate a pregare, mentre il tenue suono delle orazioni si rifletteva come fosse stato un mantra. Alcuni piccoli altari secondari erano immersi invece nel buio. I confessionali erano vuoti. La quantità incredibile di decori, putti, colonne, effigi e statue non gli avrebbe permesso di capire nulla nemmeno se fosse stato un esperto, figurarsi lui che non entrava in una chiesa da anni. 
– Okay, mi hai convinto. Andiamo a chiamare la mia amica.
 
***
Marco citofonò a Patrizia. Li invitò a salire per un caffè, ma fu lesto a declinare l’invito, adducendo impegni improrogabili.
– Okay – rispose lei leggermente delusa. – Volete le chiavi della cantina?
– Sì, grazie. Ti aspettiamo qui sotto. Poi si rivolse a Fulvia – Allora, che ne pensi?
– Questo osso potrebbe essere di un grosso cane che è finito per caso qui dentro.
Patrizia gli diede le chiavi e tornò in casa, mentre Marco e Fulvia scesero una rampa di scale. Dopo aver aperto la porta, accesero la luce.
– È questo il buco? – chiese lei.
– Sì. Entriamo nell’intercapedine – propose lui.
Lei sbuffò per il disappunto. – Già, non vedevo l’ora di sporcare la divisa!
– Dài, entra!
Fulvia si abbottonò la giacca, quindi. – Senti che puzza di umidità che c’è qui dentro.
Marco si fermò un momento, per poi passare sotto una grande ragnatela realizzata con squisita fattura da un ragno dalle dimensioni inquietanti.
Squìììttt
Fulvia fece prima un passo indietro, quindi cominciò a saltare come un capriolo impazzito. – Ah! Un topo, un topo, scaccialo, Marco! Scaccialo!
Lui scoppiò in una risata, portandosi una mano davanti alla bocca. – Senti, con quell’urlo sarà sicuramente scappato da solo, poveretto, e poi che cosa speravi di trovare qui sotto, farfalle colorate? 
– I topi proprio non li sopporto. Mettimi davanti un criminale incallito e non mi vedrai battere ciglio – gli rispose lei mentre, riprendendo l’abituale aplomb, si rimetteva il cappello in testa.
– Dài. Andiamo avanti. Questo cunicolo è come me lo immaginavo. Lungo e stretto.
Fulvia scavalcò un masso e guardò Marco negli occhi. – Hai mai visto un cunicolo largo e corto?
– In effetti… però la cosa che mi lascia più perplesso è quest’aria strana che sento attorno a me.
Fulvia si fermò un attimo basita. – Sei diventato per caso profondo?
Marco allungò una mano dietro la schiena per prendere la pistola. – Non saprei. Ti sembro profondo?
– Nemmeno un po’ – gli rispose lei. Poi si bloccò. – Sei un civile, dannazione. A cosa ti serve quella Python 357 a canna lunga? 
Marco puntò il cannone davanti a sé, poi fece roteare il tamburo con la mano destra, producendo il caratteristico suono del caricatore, quindi. – Non si sa mai, mia cara.
– Quante conoscenze hai al Ministero degli Interni per essere riuscito ad avere ancora il porto d’armi? 
Marco fece due passi, estrasse la torcia che teneva in tasca e la accese, puntandola davanti a sé. – Nessuna conoscenza. Il mondo si è reso conto che sono una persona mite e spaventata, e quindi ha deciso che debba difendermi.
Fulvia soffocò una risata. – Certo che sei migliorato con le stronzate, eh…
Le pareti, umide e scrostate, non erano state toccate da mano umana da decine di anni, forse addirittura centinaia. 
– Quindi tu sei venuta disarmata? – le chiese, battendo la mano sulla tasca posteriore dei pantaloni dove aveva riposto l’arma. 
– Sia mai. Un carabiniere la sua Beretta la porta sempre dietro. Guarda un po’, invece? Non ti sembra di vedere qualcosa di familiare? – gli chiese lei, avvicinandosi a un supporto illuminotecnico montato sulla parete. – C’è qualcuno che ci ha preceduti.
– Sembra anche a me – le rispose Marco. – Ma soprattutto c’è qualcuno che ha deciso di sbarrarci la strada.
Illuminò un cancello di cui non si era reso conto prima. 
I due avanzarono di una decina di metri, fino a quando non gli furono di fronte.
– Situazione interessante – esclamò lui. – Perché sotto terra, e al centro di Roma, hanno chiuso questo passaggio?
Fulvia si allontanò dall’inferriata di mezzo metro per vedere meglio i punti di ancoraggio. – Che ne pensi?
– Che entriamo al mille per cento – le rispose, quindi tirò fuori un mazzo tintinnante.
– Chiavi? – domandò lei, perplessa.
Lui scosse la testa, con un mezzo sorriso. – Brugole. Servono per scassinare le serrature. 
Si mise ad armeggiare per una manciata di secondi, poi la porta si aprì cigolando.
– Anche ladro – lo apostrofò Fulvia sorridendo.
– Macché ladro. Al massimo risolutore di problemi. Andiamo a vedere perché volevano sbarrarci la strada.
Avanzarono circospetti per una trentina di metri. 

Il soffitto sembrava si stesse abbassando. Fulvia guardò a terra e si rese conto che il cunicolo scendeva. L’aria si stava facendo più rarefatta e sembrava essere aumentata l’umidità. Respirò profondamente con il naso e sentì puzza di muffa e di terra. Le pareti erano spoglie e si vedeva molto poco, ma la cosa più inquietante era la mancanza di qualsiasi rumore e il fatto che il cunicolo sembrava restringersi.
– Siamo scesi ulteriormente – affermò Marco.
– Me ne ero resa conto. Anzi, credo che siamo sotto il sagrato della basilica.
Lui sbatté le palpebre. – Dici?
– Fidati – gli rispose. Poi lo prese per un braccio e lo strinse forte. – Guarda un po’. 
La volta del cunicolo aveva cambiato colore. Dal marrone del mattonato, passava al blu. 
– Che strano, qualcuno si è divertito a pitturare, forse volevano rappresentare un cielo – disse lui con il naso all’insù.
Fulvia prese la torcia dalle mani di Marco e iniziò a puntarla a destra e a sinistra, perplessa, poi storse la bocca dubbiosa – Tu pensi che qualcuno sia entrato qua dentro e si sia dilettato in questo modo, perché non aveva nulla da fare? 
Marco la guardò, come si potrebbe osservare un avversario che ti sta provocando. – Ti ho chiamata apposta perché sei bella, audace e arrivi immediatamente alle conclusioni che ogni militare esige in battaglia. Quindi?
– Quindi mi sa tanto che ho capito dove siamo – rispose lei, indicando con lo sguardo una serie di graffiti e disegni. Poi si voltò verso di lui, una strana smorfia sul viso. – Spiegami meglio questa storia che sarei bella, audace e capace di arrivare con facilità a conclusioni che… sì, insomma, quello che hai detto. 
– Appunto – rispose lui. – Quello che ho detto.
– Sì, ma in che senso? – gli chiese lei mentre si spostava di un paio di metri, giusto per avere un quadro più chiaro del posto in cui si erano infilati.
Lui tentennò un po’. La guardò negli occhi, poi buttò lì: – Nel senso che sei una donna capace.
– Uhm – rifletté lei, con la voglia di stuzzicarlo. – E dimmi una cosa, mi reputi più capace o più bella? – Si tolse la giacca della divisa e rimase in cravatta nera e camicia bianca di ordinanza.
Marco restò a guardarla, non sapendo bene cosa dire, ma sicuro che Fulvia avrebbe ribattuto con tutta la sagacia che la contraddistingueva. Attese qualche altro attimo, poi abbassò la testa, guardando un punto imprecisato davanti a lui. – Boh. Non saprei. 
– Come non lo sai? – rispose ancora lei, volgendogli lo sguardo. – È una cosa importante, mica una sciocchezza. Mi hai definita, bella audace e capace. A proposito dell’audace. L’aggettivo mi piace molto, ma non vorrei essere scambiata per una donna di facili costumi…
– Ma cosa dici, io intendevo… 
– Lo so quello che mi volevi dire, però non mi hai risposto. Mi reputi più bella o capace? – ribadì mentre si abbassava per controllare una colonna di cui si era accorta solo in quel momento. – Guarda un po’? Sono sempre più convinta di quello che dico. 
Si spostarono di alcuni metri fino a quando non furono al centro di un’ampia stanza. 
– Che ti dicevo?
Marco si fece dare la torcia e puntò la luce sui muri, rendendosi conto che Fulvia aveva ragione. C’erano diversi disegni sulle pareti ma non riusciva a vederli bene. Il pavimento era di terra e l’umidità era aumentata. Si allontanò di qualche passo giusto per prendere fiato, rendendosi conto che lo stava menando per il naso in modo esemplare, ma fece orecchi da mercante. Fulvia gli era sempre piaciuta proprio per quello. Bella e drasticamente svelta. Capace di dubitare di tutto come un vero agnostico, ma anche pronta ad aprirsi all’opinione di chiunque e poi quella passione per le formule matematiche. Il problema era lui, che non era più abituato alle rappresentanti del gentil sesso parlanti e pensanti. 
Guardò meglio e si rese conto che il soffitto era stato completamente affrescato. Mancavano diversi pezzi di intonaco, ma si intravedeva un cielo stellato. Si girò e la vide spostarsi con movimenti circolari, fino a quando non si fermò dentro una rientranza.
La seguì con lo sguardo e la pistola spianata – Dove vai?
– Sto cercando di capire dove ci troviamo.
– Cosa ti sembra? 
Fulvia si spostò di lato. – Ecco, guarda. Questa volta tronca sembra un’abside. 
–  Che siamo dentro a una chiesa? – chiese lui.
Fulvia guardò in alto  – Mi sa tanto di sì.
– Una chiesa sotto un’altra chiesa. Sei sicura?
– Non ancora. Fammi salire, voglio vedere meglio.
Marco le passò di nuovo la torcia, quindi intrecciò le mani e lasciò che lei vi salisse con le scarpe. Qualche secondo e un’esclamazione di entusiasmo riempì il silenzio della stanza.
– Cosa succede?
– Sto osservando una cosa spettacolare, che non mi sarei mai aspettata di trovare qui dentro.
– Ossia? – domandò lui, tentennando sotto il suo peso.
– Guarda. Una cosa incredibile. I-N-C-R-E-D-I-B-I-L-E!
Marco sbuffò spazientito. – Mi vuoi dire cosa hai trovato? 
– Avevo ragione, cavolo! Avevo proprio ragione.
– Ma di che parli?
– Di una divinità – rispose lei, estasiata. – Una divinità che sacrifica un toro.
– Tutto qua?
– Come tutto qua? Ah… dimenticavo che sei un miscredente e che mi hai detto che l’ultima volta che sei entrato in chiesa avevi sì e no dieci anni – sentenziò lei, mentre cercava una posizione più comoda.
– Ah… la storia della chiesa. Quindi deve essere un affresco che riporta a quelli che ci sono in giro.
– Sì. Credo che siamo entrati in un Pronaos – esclamò lei con la voce rotta dall’emozione.
– Ecco, questo mi manca. Un che?
Fulvia si sollevò ulteriormente, incurante del fatto che il suo peso gravasse completamente sulle mani di Marco. – Un Pronaos, ovvero la stanza che anticipa la cella dove si trova il tempio. Questo elemento, insieme agli altri dettagli, mi fa capire che questa è una chiesa Mitraica. Riesci a vedere il sole e la luna?
– No! Ma perché questa cosa ti eccita così tanto?
– Perché la storia ci informa che forse la religione cristiana si fondò proprio sulle arcaiche basi del dio Mitra, da cui trasse la credenza misterica, legata all’antico periodo indo-iranico. Quindi capirai no, quando ti trovi in un Mitreo… Lo sai che sembra che ce ne sia una anche sotto la Basilica di San Pietro? Anzi, dicono che vollero costruire la basilica in quel luogo, proprio per questo motivo – disse Fulvia con tono grave.
– Non le sapevo tutte queste cose – le rispose lui. – Ma soprattutto, non sapevo che fossi così informata.
– Non finirò mai di stupirti. Dillo!
Marco strinse le mani per sostenerla meglio. – Hai ragione. 
– E non è finita qua. La cosa che mi eccita così tanto è che nella guida che mi ha dato il parroco qualche tempo fa, questa non c’è.
– Interessante! È possibile, quindi, che il femore che abbiamo trovato provenga da qualche rito pagano?
– Non credo. – senteziò lei, sicura. – Nessuno faceva sacrifici umani. 
Fulvia spostò il peso da un piede all’altro. Guardò in basso e si rese conto che gravava sulle braccia di Marco da diversi minuti, senza che lo stesso avesse fatto un fiato. 
– Scusami. Sono qui sopra da troppo tempo. Fammi scendere, sarai stanco. – Lui allargò le mani e lei poté piegare le gambe. Appena fu a terra, si scrollò di dosso un po’ di polvere. – Alcune grotte, però, si dice che fossero  attigue alle catacombe dei cristiani, perchè questi ultimi utilizzarono in un secondo tempo i posti già scavati sottoterra, e quindi può darsi che i morti fossero stati spostati da una parte all’altra, perché magari ce n’erano troppi – disse lei in tono pensieroso. 
– Mi sa che hai ragione. Vedi? Arrivi alla conclusione con una facilità estrema. Ti avessi avuta al mio fianco in Somalia… – Marcò si pulì le mani alla bene e meglio. – Non sapevo fossi un’esperta di queste cose.
– Sono riuscita facilmente a coniugare due cose. La curiosità e un’indagine che tempo fa mi portò in giro per mitrei capitolini. Quindi posso affermare di aver avuto modo di approfondire la materia.
Guardandosi intorno, localizzarono una porta che permetteva di spostarsi nelle altre sale del tempio. 
Marco respirò a fondo, quindi si calzò meglio i jeans. – Continuiamo a controllare la zona.
Muovendosi con circospezione, mossero qualche passo incerto in avanti, fino a raggiungere una nuova sala. Il buio impenetrabile non mitigava l’acuto odore di muffa, mentre, schiena a schiena, gettavano lampi di luce tutto intorno.
– Che odore strano, pungente – osservò lui.
Fulvia rifletté. – Sembra polvere mista a terra, come se… 
– Come se qualcuno avesse scavato.
Stonkkk
– Ma porca…!
Marco le si avvicinò. – Che succede? 
– Ho sbattuto contro qualcosa. 
– Sarà una pietra.
– Boh. Chissà. Fammi sentire – gli rispose lei piegando le ginocchia fino a quando la mano non toccò quello su cui aveva sbattuto. – Non è una pietra. 
Marco indirizzò verso il basso il fascio di luce. – Mio Dio, non ci posso credere!
– Credici – sospirò lei, meditabonda. – È una brandina. E chissà se c’era anche il materasso. Marco rimase immobile, con la torcia puntata, a studiare perplesso il lettino. – Qualcuno, oltre ad aver avuto bisogno della luce, qui dentro ci ha anche dormito. Cosa cavolo ci può fare una persona in un posto del genere?
– Lo presidia. Oppure ci si nasconde. O magari ne è prigioniero – ribatté lei. – Guarda: ci sono anche delle vecchie coperte, e una catena! 
Marco sollevò gli occhi. – In che diavolo di situazione ci siamo cacciati? 
– Fermati.
– Che c’è?
– Una borsa – disse Fulvia visibilmente preoccupata. Si piegò e la raccolse. Era una ventiquattrore dall’aspetto consunto. Non rigida, ma morbida come andava di moda negli anni Settanta.
Lui allargò le braccia, sorpreso e sfinito. – E ora che facciamo?
– Continuiamo a cercare. Questa la controlliamo dopo. 
Lei si spostò di un paio di metri, abbozzando passi titubanti come dentro il tunnel. Poi nell’oscurità si rese conto che c’era un’apertura, che assomigliava a una porta di medie dimensioni. Avanzò in quella direzione. – C’è un altro passaggio.
Marco, che la seguiva perlustrando ogni metro col fascio di luce, si bloccò.
– Dove? 
– Qui. Entriamo

Fecero qualche passo con le pistole spianate, poi lei esclamò: – Qualcosa mi dice che i nostri problemi non sono finiti qui.
Si trovarono in una stanza lunga e stretta. Ai lati si vedevano ancora i resti delle panche realizzate con pietre di tufo dove si pregava. Il soffitto, per ricordare la grotta dove era nato il dio Mitra, era a volta. L’odore di terra era più forte che nell’altra stanza. 
– Guarda! – le disse lui.
– Che c’è? 
Marco avanzò sulla destra e puntò la torcia. – Cavolo, è quello che mi sembra di vedere? 
– Può darsi. Non ne sono sicura. Fammi avvicinare – gli rispose lei, guardando fissa avanti.
– Stai attenta.
– Sto attenta.
Poi un sibilo, quindi uno sbattere di ali e un fruscio sommesso.
Fulvia sobbalzò. – Cosa era?
– Credo un pipistrello – rispose lui.
– Che fine ha fatto?
– E che ne so? Io ho solo visto passare un’ombra. 
Fulvia fece un altro mezzo passo, poi, quando gli fu a meno di un metro, si fermò. – Sembra essere quello che pensavo.
– Sembra anche a me – sospirò lui, dimesso. – In che guaio ci siamo andati a cacciare?