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Anima Semiseria incipit

DESOLER VADA DALLO PRESIDE!

 

Se c’è una cosa che mi piace, oltre alle belle donne intellettualmente appaganti, oltre alla musica jazz e al buon vivere, è scherzare.

Chi non scherza non sa nemmeno essere serio.

Tanti anni fa, durante uno dei primi giorni dell’ultimo anno delle superiori, organizzai una burla che qualche volta, ancora adesso, amo ripetere.

Si era al Kennedy in via del Corso a Roma, istituto professionale per ragazzi che avevano poca voglia di istruirsi e ancor meno di diventare tecnici.

Ho sempre amato studiare, ma solo quello che mi aggradava. Così come la passione per la musica che mi trascinava, e mi trascina ancora,

verso quello che mi piace. Insomma, si organizza lo scherzetto.

Un compagno di classe modificò l’elenco degli alunni, ribattendolo a macchina di sana pianta.

Il giorno dopo, appena entrati, avremmo avuto due ore della famigerata ragioneria con il professor Grisù, dal nome del pericoloso gas.

Fiatella sturba somari e ascella pezzata come un bracciante di Carpi il giorno di ferragosto, il nostro insegnante era famoso per l’olezzo dei suoi molari anche a Ulan Bataar.

Mister Grisù entrò in classe e, dopo aver scardinato l’elastico delle mutande ascellari con un movimento che ricordava uno smash tennistico,

aprì con noncuranza il registro. Tranquillo come un poppante di fronte a una mammella, iniziò a scandire a voce alta il nome degli alunni, fin quando un sorriso gli riempì il bel faccione napoletano che lo contraddistingueva.

– Ma che bella cosa, teniamo uno studente spagnuolo quest’anno! –

proferì in puro dialetto di Mergellina. – Diego Della Vega, alzati in

piedi che ti vogliamo conoscere.

Nessuno fiatò.

– Della Vega? – chiese incuriosito il docente. – Della Vega, che fine

hai fatto?

E qui entrai in scena io.

Nascosto, attendevo la fatidica domanda per fare la mia comparsata.

Spalancai la porta e con due saltelli fui di fronte alla cattedra. Vestito come Zorro con cappello nero e mascherina sul viso, brandii una spada al grido di:

– Eccomi, chi mi ha chiamato?

Inutile spiegarvi cosa successe.

I compagni di classe si sbudellarono dalle risate, mentre mister Grisù, livido in viso, cercò con uno smash di spostare nuovamente l’elastico,

nello stesso momento in cui azzardava una mossa per appropriarsi della sciabola del mitico Zorro.

Con mossa felina feci un passo indietro e... SBADABAMMETE! Il professore rovinò a terra tra le urla di tutti, mentre farfugliava il mio nome.

– DESOLER... DOSSOLE... SOLLERON... SOLERO... Vada dallo preside!

– A professo’, ancora non ha capito il mio cognome, sono cinque anni che mi chiama come un cremino.

LE SETTANTA VERGINI DI CHERIF

 

STLANK!

Lo sportello si chiuse, ed erano fuori. Quattro passi e furono dentro.

L’odore della carta gli entrò nelle narici, facendogli ricordare i giorni della giovinezza ad Algeri.

Ripensò alla scuola, alle corse nei campi, al sole cocente di luglio.

Incrociò gli occhi sbarrati del primo che gli fu a tiro. Occhi pieni di aura, di supplica e di terrore. Intorno a lui tutti si mossero, come se fossero stati investiti da un’energia sopita e tribale.

Premette il grilletto mentre il lobo dell’insula lo riportò in braccio alla madre, di fronte al padre, ma soprattutto in mezzo alle vergini. RATATATATA

Aveva saputo, anche se non avrebbe dovuto sapere. L’ordine non arrivava dai suoi fratelli, ma dai padroni dei suoi nemici. La testata satirica doveva morire, per servire un progetto che avrebbe alimentato una spirale di violente contrapposizioni. Ebbe un sussulto. E se non ci fossero state tutte quelle ragazze? E se l’imam gli avesse mentito, sapendo di mentire? Ma soprattutto, dopo che le aveva fatte sue, ce ne sarebbero state altre? Oppure si sarebbe dovuto accontentare di quelle che poi si sarebbero trasformate in mogli?

Gli venne da piangere. Non voleva settanta mogli, voleva settanta vergini.

Si fermò impietrito, sordo alle urla del fratello che lo incitava a continuare. Una lacrima gli rigò la guancia. Forse aveva sbagliato tutto. Forse stava uccidendo per delle fanciulle magari anche brutte. Uno schizzo di sangue lo colpì in pieno viso, destandolo dall’impasse.

Caricò nuovamente l’arma e si diresse nella stanza del redattore capo.Stephane lo guardò impavido, mentre trasaliva.

“Ma se fossero settanta vecchie vergini? Che me ne farei di donne segaligne

quasi giunte al traguardo?”

“No! Saranno giovani e belle.”

Prese la mira e fu assordato dalla raffica.